Non ci sarò…

Il pettorale è rimasto là, non sono nemmeno andato a ritirarlo, non avrebbe avuto senso. In questo momento quasi mi irrita vedere la gente che corre, è solo invidia la mia sia chiaro, ma quando non puoi correre tu, vorresti che nessun altro lo possa fare.

Ho provato a non dare retta, come sempre, alla vocina del mio ginocchio che insiste da anni a non farmi correre ma stavolta ha vinto lui. Anche perché qua si parla di maratona e con la regina delle corse  non si scherza. Troppo il dolore, quello fisico si intende, si fa sentire gia al primo passo, intenso e non sopportabile. quindi fin troppo facile la scelta di lasciare stare. La cosa che mi preoccupa è che, anche se piccolo, dovrò con molta probabilità dover effettuare ancora un intervento al mio ginocchio, sarebbe il 4°, giusto per legittimare il nome di questo blog.

L’unica cosa positiva è che in fondo io oltre che runner sarei (forse meglio dire “ero”) un triatleta e il mio ginocchio mi ha concesso di poter fare gli altri due sport(il nuoto e la bici), quindi mentre agli altri Spilli (Cek,Tommy e Lello) sale la tensione pre gara(cavolo se mi manca quella sensazione), io mi rilasso con una bella uscita in bici…

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Lago d’Iseo

Comunque domani è vero non ci sarò a correrla fisicamente, ma sarò comunque sul percorso e la correrò mentalmente con gli altri Spilli, cercando di farmi trovare puntuale al 21°Km per passargli i gel… a proposito fatemeli preparare nello zaino prima che me li dimentichi a casa!!!

In bocca al lupo Spilli…

…e a tutti quelli che domani alle 9:30 partiranno per la loro grande avventura chiamata MARATONA

BaKo

 

Traguardi Emozionali

E dos! E solo nel giro di due settimane…

Con ordine:

8/11/2015: Maratona di Ravenna: incredibilmente facili i primi 21 km, meno dal 28° al 35°. Ancora in spinta dopo il 35°. E pazienza per quei 25″ di troppo…

22/11/2015: Ultra K Marathon: solo 15 giorni settimane dopo, 50 km su e giù dall’Appennino parmense. Gara paesaggisticamente magnifica e maledettamente dura. Come esordio, gestione gara e clima non si poteva chiedere di meglio.

Proprio vero che dove non arrivano le gambe, arriva la testa e il cuore…

Il pianto liberatorio è ciò che unisce entrambe; da Ravenna, torno consapevole di potercela fare, magari allenandomi meno, ma capace ancora una volta di più di saper soffrire; da Salsomaggiore, torno con la voglia di riprovarci a Seregno, perché tutto sommato mi sono divertito incredibilmente.

Ma c’è qualcosa in più…

C’è che la corsa mi sta permettendo di passare qualche momento con chi ora sta leggermente più lontano da me, logisticamente parlando; anche solo seguendomi, per 50 km, in bici, in salita e in discesa, al freddo e senza guanti, su per Vigoleno e giù dal Valico di Sant’Antonio.

Per questo ed altro ancora, grazie!

Ed è solo l’inizio…

Benvenuta Ultra!

L.

 

A scoppio ritardato – Della mia 42 BMW Berlin Marathon e di 3 giorni berlinesi

Anschluss

Anschluss

C’è stato un momento quasi un’ora dopo la fine della maratona in cui le emozioni contrastavano particolarmente, percorrevo Unter Den Linden in direzione opposta rispetto alla gara e a distanza vedevo gli altri runner che si apprestavano a oltrepassare la porta di Brandeburgo poco dopo le 4 ore di gara; tra me e me pensavo che la maggior parte di loro stava concludendo felicemente la loro fatica, stavano assaporando tutta la gioia dei loro 42km abbondanti, mentre io un po’ mi sentivo deluso, per non essermi goduto il passaggio lì sul rettilineo finale, per il mio tempo finale di 3h03’06” dopo aver cercato per quasi tutta la gara di rimanere attaccato all’idea di scendere nuovamente sotto la soglia delle 3h.
Ecco, in quel momento di strana delusione si faceva strada la vera emozione per aver completato la gara, per avere al collo la medaglia, la settima di una maratona, e la commozione totalmente assente sotto il traguardo incominciava a fasi spazio insieme agli occhi un po’ più umidi.

Avessi corso gli ultimi 2 km sotto i 4'/km ce l'avrei fatta...

Avessi corso gli ultimi 2 km sotto i 4’/km ce l’avrei fatta…

Com’è stata questa BMW Berlin Marathon? Bella! Non bellissima, un po’ perchè ho sempre negli occhi l’indimenticabile esperienza della Chicago Marathon, un’insieme inarrivabile di gioia, soddisfazione, riuscita sportiva e molto altro, che forse ricercavo dopo due anni in questa seconda World Marathon Major da inserire nel curriculum di maratoneta. E’ organizzata bene, si respira l’atmosfera di gara, ma l’entusiasmo americano rispetto alla compostezza tedesca è di un livello per me superiore.

Il legsie finale #nomorelegsie

Il legsie finale #nomorelegsie

Durante la gara ricordo con vivido dettaglio una tifosa con cappotto rosso, stagliarsi nella folla di sostenitori (e il pensiero inevitabilmente va a qualcosa di totalmente diverso come Schindler’s List, ma non stiamo a dilungarci a riguardo), ricordo che i bambini erano un po’ timidi, in pochi allungavano le loro mani per ricevere il nostro 5, e io , quando potevo allungavo brevemente le traiettorie per il giusto saluto, i cartelli scritti in tedesco purtroppo non facevano un effetto di spinta, come avrebbero potuto, se fossero stati da me decifrati, anche questo ha reso la mia esperienza più fredda, avrei dovuto studiare il tedesco forse. Comunque ho corso bene per almeno 32/33 km, ho tenuto sempre un buon ritmo, partendo piano, con un primo km in 4’25” per poi stare sempre sotto i 14km/h, correndo i 5km in 21′ abbondanti, come da tabella di marcia. Le gambe erano ok, anche se ogni tanto qualche segnale differente arrivava, che io cercavo di evitare assumendo qualche integratore; la sensazione di fatica però era bassa, di sicuro minore ad esempio rispetto alla mezza maratona di Monza di sole due settimane prima, corsa solamente 15″ più veloce della prima metà gara a Berlino. La testa viaggiava bene, forse sognando un po’ troppo ad occhi aperti, ma trovavo che fosse un buon modo per rimanere fisso sull’obiettivo.
E queste sensazioni continuavano durante la prima parte della seconda metà di gara, fino a che, appunto al km 32 qualcosa un po’ iniziava a cambiare, ricordo un po’ a spanne che mi perdevo mentalmente qualche km, forse proprio al km 32 credevo già di essere al 33, mentre così non era, e ogni passo si faceva più pesante e il ritmo più lento. L’idea era quella di provare a rimanere intorno ai 4’25″/km e vedere come finire, il gps segnava centinaia di metri in più, la media era sballata e la testa non riusciva più a fare conti di una certa complessità. Ancora adesso non so quando ho perso del tutto la possibilità di ottenere il risultato perfetto, so solo che tra 39 e 40 ho capito che mi bastava finire, cercando di non perdere tutto il lavoro svolto. Al cartello dei 40 ho deciso che camminare un attimo invece di correre non sarebbe stata un’onta, per poi ripartire quasi subito, e lo stesso sarebbe avvenuto sempre tra 40 e 41, appena prima di girare verso Unter Den Linden per il lungo rettilineo finale. Qui, mentre camminavo vicino al marciapiede e alla gente un signore mi ha chiamato per nome e mi ha detto in inglese di non mollare e riprendere a correre, che era finita. Gli ho risposto, in italiano, “sì, adesso vado…” e ho trascinato un passo dietro l’altro, ho svoltato a sinistra, ho corso piano, chiuso in me stesso, senza vedere nè sentire nulla, ho intravisto l’ombra della porta di Brandeburgo, ci sono passato sotto senza provare alcuna emozione e dopo il cartello del km 42 ho sperato a ogni passo che la fatica non bloccasse la coscia, punta con uno spillo ad ogni movimento, doversi fermare senza la possibilità di muoversi a 50 metri dal traguardo sarebbe stata una beffa atroce. Il traguardo però era vicino e appena superato quello ho potuto fare nuovamente due passi camminando e fermarmi un attimo, bere, coprirmi, ricevere la medaglia, abbracciare una attempata volontaria e pensare che non ricordavo quanto fossero lunghi 42 km di corsa e che non avrei mai voluto più sentirne parlare per sempre. Poi però arriva il giorno dopo… e la voglia di riprovarci è ancora più intensa.

Per scaramanzia non sono mai passato sotto la porta fino agli ultimi metri di gara. Però poi mica mi sono goduto quel passaggio!

Per scaramanzia non sono mai passato sotto la porta fino agli ultimi metri di gara. Però poi mica mi sono goduto quel passaggio!

Sono stati 3 bei giorni berlinesi, giorni in cui in realtà non ho fatto nulla che un turista avrebbe fatto, ho poltrito, ho passeggiato poco, ho conosciuto gente in ostello, tanti maratoneti, due maratoneti italiani residenti all’estero, Giuseppe e Mario con cui ho condiviso i momenti prima della gara e la seconda birra alcolica post-maratona, non mi hanno rubato incredibilmente il bagaglio, a differenza di due miei compagni di camera, ho l’entusiasmo che solo i giorni successivi ti danno, quando quello che hai fatto assume contorni più reali e la voglia di attaccare nuovi obiettivi, sulla mezza maratona, sui 42km ancora. E anche altri effetti collaterali, credo per lo più benefici.

Qua iniziavo ad essere un po' più contento, almeno era finita.

Qua iniziavo ad essere un po’ più contento, almeno era finita.

Adesso sono 7!

Adesso sono 7!

La prima birra dopo 42 giorni, ed era analcolica... però già con questa inizio a dire addio agli addominali.

La prima birra dopo 42 giorni, ed era analcolica… però già con questa inizio a dire addio agli addominali.

14 settimane e mezzo

E’ una vita che non scrivo più niente qui. E quindi forse per una volta l’incipit di un post viene semplice.
Beh, probabilmente l’ultima volta sarà stata a fine Maggio, nei giorni appena seguenti al test al Marathon Center di Brescia, sotto gli occhi di Huber Rossi, adesso invece siamo a fine Agosto, a metà della quattordicesima settimana di allenamento, quasi un mese esatto prima della Berlin Marathon.
In questi tempi ho lasciato i miei brevi pensieri, le mie sensazioni al mio profilo Instagram, una continua ripetizione delle mie gambe che si apprestano ad uscire per l’allenamento, forse chi segue il mio profilo ne avrà anche la nausea e io lo capisco. I #legsie hanno seguito la scia di coloro che per un lungo periodo hanno deciso di farsi una foto al giorno diventando così virali, come ben descritto in questo video tratto dai Simpson (e una musica che gli appassionati dell’NBA non potranno non considerare “amazing”).

Comunque, sono passate 14 settimane, più di tre mesi e, lo ripeto, ancora un mese solamente a Berlino. E sto bene, fisicamente. Certo, non sono convinto come prima di Chicago, non ho mai saggiato le gambe in gara, non ho più corso mezze maratone sotto l’ora e 30′, e men che meno vicino all’ora e 25′ come a Pavia nel 2013, però l’allenamento che sto seguendo mi diverte, mi fa stare bene, non mi stanca particolarmente le gambe, nemmeno dopo il lungo di domenica. 31 km, seguendo un piano e vari ritmi per segmenti di corsa, e sarà stata la giornata finalmente fresca dopo un’estate cittadina calda ma mi sono goduto quasi ogni attimo di queste 2h19′ in solitaria. E le gambe hanno avuto solo bisogno di qualche pedalata tranquilla in bicicletta per sembrare già nuovamente toniche.

Quello che mi manca, per poter realmente credere di scendere nuovamente sotto le 3 ore in maratona è la confidenza con il passo di gara. Mentre l’altra volta mi capitava spesso di correre 14 km in un’ora, con questo programma ho lavorato molto più sulla frequenza cardiaca e i lenti sono stati veramente più lenti. Solo ultimamente ho lavorato molto di più con l’andatura della maratona, dopo ripetute in salita, o addirittura durante un collinare, oppure come oggi. Quando dopo 3.5 km di riscaldamento ne avevo in programma 10 con un passo tra i 4’15” e i 4’10″/km. Beh, come sempre, come anche dopo le ripetute in salita, il passo è stato più veloce, e così anche la fatica, mi sforzavo di mantenere costante l’andatura, e cercare di controllare le sensazioni e la stanchezza, ma non riuscivo. Soprattutto dalla fine del settimo km in poi sentivo che la lucidità andava a farsi benedire, le gambe si irrigidivano e probabilmente anche la FC aumentava (ma questo non l’ho controllato). L’ho portata a casa, e sono contento. Ma sui 42 km è tutta un’altra storia, ovviamente.
In tutto questo poi a volte qualche motivazione te la porta indirettamente la sfortuna e la delusione di qualcuno che manco conosci. Prima dei mondiali di atletica di Beijing avevo visto la seconda giornata della Diamond League di Londra, e in particolare ho il ricordo dei 5000 femminili e della prestazione di Molly Huddle (su Youtube ho trovato il video dell’intero evento, con commento spagnolo, la gara dei 5000 comincia al minuto 13, e le fasi salienti sono attorno al minuto 26), da quel momento, come solitamente mi capita, il mio supporto sportivo era diventato tutto per lei, di cui non conoscevo nulla, ma che era la campionessa statunitense dei 10000m, e che sarebbe stata impegnata ai Mondiali nella distanza.
Se avete seguito le gare in questi giorni, o se solo siete cultori dei meme su internet, Molly Huddle è saltata agli onori (oneri sarebbe meglio dire) delle cronache, per il suo “fallimento epico” sul traguardo dei 10000, quell’esultanza abbozzata, e nemmeno troppo convinta per un terzo posto che intanto le stava sfuggendo dal collo, con il sorpasso della connazionale Infeld e le lacrime per il lavoro di una carriera che sfuma in maniera così beffardamente stupida.

Ci sono momenti che separano un prima da un dopo. Questo per Molly Huddle sembra uno di quelli.

Ci sono momenti che separano un prima da un dopo. Questo per Molly Huddle sembra uno di quelli.

Però in questo momento, nella sua sofferenza, si trova la crudele grazia sportiva, quella che il giorno dopo ti vorrebbe far spaccare il mondo, e che ti dà la voglia di lavorare per un’altra occasione. Spero che la Huddle a Rio ci sia, io un po’ di tifo per lei lo terrò, e so che per me comunque andrà Berlino, anche senza PB ci sarà quel furore agonistico che ti spinge ancora a riprovarci. E intanto continuo ad avere un allenamento che mi piace!

M.

P.S.: A questi mondiali non ho portato tanto bene, anche Katarina Johnson-Thompson ha visto infrangersi i suoi sogni di medaglia nell’heptathlon per qualche mm e tre nulli nel salto in lungo. Adesso speriamo di non portare sfiga anche ad Allyson Felix…!

38 anni e sentirli, bene.

“Tanto non eri nato prima delle 19.20” mi diceva mia mamma quando prima che mi facesse gli auguri già le dicevo che si stava dimenticando il mio compleanno, mentre adesso, negli ultimi giorni mi sembra che le mie gambe sentano i 38 anni da prima di oggi. Siano più pesanti, si muovano più lenti e insieme facciamo più fatica a reggere gli allenamenti.
Ma non vuole essere un post di lamenti, oggi compio 38 anni e penso che sono indubbiamente meglio oggi di com’ero a 26 anni ad esempio. Di sicuro più in forma adesso, più propositivo e meno vittimista e anche la corsa in tutto ciò un po’ di merito ce l’ha.

Certo, oggi non avrò corso 38 km, seguendo l’esempio del capo della Boston Marathon, Dave McGilliwray, che ad ogni compleanno corre un miglio per tutti gli anni che compie… e nel 2014 erano ben 60!!! E nemmeno riuscirò a correre 45 km alla WingsForLife, con Lello e il Sarzana Running Team. Magari non riuscirò a correrne nemmeno 41 (38 + 3, cioè i giorni passati dal mio compleanno), perchè se penso che dovrei aggiungerne 29, ai km corsi nell’allenamento odierno, mi viene una fatica addosso. E leggere che i keniani più forti in maratona hanno polpacci e caviglie tra il 15 e il 17% più sottili degli olandesi (è un esempio, ma a sentire Tommi credo che le mie siano ancora più spesse di queste) mi fa sentire zavorrato anche in questi semplici allenamenti. Ma non fa nulla, intanto non sento più grosso fastidio al gluteo, e poi c’è tempo per le gare in cui il tempo diventa più importante, e per quelle voglio impegnarmi seriamente. Non ci saranno ancora tanti anni di miglioramenti, forse sarà sempre dura aumentare i ritmi, come sta succedendo da un anno e mezzo e allora questo è il momento di pensare di provarci.

Posso dire che in fin dei conti, i miei 38 anni li sento tutti, ma me li sento molto bene!

"Le gambe più fotografate di Instagram" (cit.)

“Le gambe più fotografate di Instagram” (cit.)

28 km non è una maratona

Non so cosa ci sia in Firenze che mi porti a non affrontare la sua maratona nel modo più sensato. Certo rispetto a due anni fa ci sono grosse differenze, non sono nemmeno paragonabili le mie due gare, ma con il senno di poi avrei potuto portare a casa un risultato decente, anche se al di sotto delle aspettative della vigilia, del cammino compiuto per avvicinarmi alla gara.

Prima della partenza... dopo soddisfatti a metà... forse...

Prima della partenza… dopo soddisfatti a metà… forse…

28 km non sono una maratona, è solo il momento in cui mi sono reso conto che non sarei potuto mai scendere sotto le 3 ore in questa gara, nonostante tutta la fatica, troppa,  per avere sotto gli occhi i pacer dal palloncino giallo. Loro sono partiti a un ritmo folle per quello che doveva essere il risultato, io e Lello ci siamo lasciati prendere, più io che Lello, visto che lui in teoria mi avrebbe fatto solo da guardia del corpo fino a quando ne avesse avuta. Mi ha salutato al 19esimo, dopo gli unici chilometri che entrambi abbiamo corso nel centro di Firenze.
Per il resto, le cascine, la zona dello stadio, io non ricordo proprio altro che non fosse invece un polpaccio che non si è mai sciolto e un’umidità da bagnarsi totalmente.

La maratona e io, al km 28.

La maratona e io, al km 28.

Potevo partire con l’idea di chiudere in 3h05′, addirittura, al 29° km quando ho salutato la corsa, potevo pensare di rallentare fino ai 5’/km e chiudere in 3h10′, del resto avevo corso 28 km in meno di due ore, ma le gambe cariche dalle dure settimane di allenamento avevano raggiunto il loro limite e insieme alla testa non avrebbero voluto faticare ancora per 14 km. Era finita lì, meglio lasciare il percorso, farsi portare insieme ad altri 3 corridori nei pressi del traguardo, recuperare la propria sacca e rivestirsi.
E nello stesso momento in cui percorrevo fuori dal percorso gli ultimi metri verso il traguardo vedevo faticare alcuni miei compagni dei primi km, altri che come me si erano affidati alla condotta di gara dei pacer delle 3h e adesso andavano a tagliare il traguardo 186 minuti dopo la partenza. Oltre ad un piccolo capannello con 4 teli bianchi retti da volontari e altre persone; si capiva che stava succedendo qualcosa di grave.

Quindi è giusto ricordare la fatica degli allenamenti, la fatica della gara, il divertimento della preparazione, perchè poi è quello che conta. Prima di questi 42, anzi, 28 km ce ne sono stati abbondantemente più di mille di sudore, di suole consumate, di cerotti, di medicazioni, di saliva, di risate. A volte di poca voglia e altre in cui non si aspettava che quelli. Per quest’anno mancherà la medaglia, mancherà il mio nome sulla Maxiclassifica italiana della maratona, era destino forse, dopo Chicago avrei detto che non avrei corso più maratone (aggiungendo poi, nel 2014).
Così è stato.

M.